Un progetto integrato e multimodale della
tossicodipendenza da eroina, costituisce un primo
tentativo per lo sviluppo di un metodo di approccio e di
cura, che vede tutte le moderne modalità terapeutiche
unite in unico sforzo sinergico e non più in netta
contrapposizione fra loro. La Malattia, infatti, può
estrinsecarsi a diversi livelli di gravità in soggetti
con differenti risorse e capacità di reazione nei suoi
confronti.
Compito prioritario del clinico è dare ad
ogni paziente una risposta adatta attraverso la
"personalizzazione" dei piani terapeutici e
l'inserimento dei vari tipi di intervento in un iter
logico e in rapporto dialettico tra loro, facendo sì
che, integrandosi, essi costituiscano un unico sforzo
teso ad ottenere sempre il miglior grado di
funzionamento psicosociale dell'individuo affetto da
eroinismo. Ogni tipo di trattamento può essere,
infatti, intercambiabile ed aperto verso le altre
modalità terapeutiche, rendendo così possibile un
approccio adeguabile alle mutevoli esigenze del paziente
e, proprio per questo, caratterizzato da una lunga
durata nel tempo.
Vi è aperto consenso fra i clinici
nell'affermare che proprio la capacità di mantenere per
lungo tempo in trattamento il paziente eroinomane è il
requisito fondamentale per il successo terapeutico di
ogni tipo di programma. Dovrebbe essere, in definitiva,
l'iter terapeutico che si adatta alle esigenze del
paziente e non viceversa.
Se è infatti vero, come le osservazioni
sistematiche dimostrano, che molti tossicodipendenti
resteranno tali per lunghi periodi e alcuni per tutta la
loro vita, a causa della grave compromissione metabolica
provocata dal prolungato uso di eroina, è anche vero che
ciò non può portare alla rinuncia terapeutica nei
confronti di una così vasta fascia di pazienti.
Occorrerà, quindi optare per metodologie
di lungo respiro che permettano già durante il
trattamento di recuperare quello stato di funzione
bio-psico-sociale perduto o mai acquisito a causa
dell'incontro con l'eroina. Sarà proprio questo stato,
che può essere definito come guarigione clinica anche se
non proprio con "restitutio ad integrum", il primo
obbiettivo da raggiungere con un’adeguata terapia
farmacologica-comportamentale dell'eroinismo cronico.
Il raggiungimento di questo obbiettivo
sarà per alcuni il massimo ottenibile, per altri la via
di accesso a modalità di disimpegno totale dall'eroina
(terapie drug-free), spesso troppo selettive quando
proposte ad individui non ancora " ristrutturati" e
rinforzati nel loro funzionamento psicosociale.
In ambedue i casi comunque è, allo stato
attuale delle possibilità di intervento, irrinunciabile
offrire agli eroinomani la possibilità di una vita
normale, individualmente gratificante, socialmente
rispettabile e riabilitante anche sotto il profilo della
salute fisica e mentale. Questo è il primo punto fermo
nell'organizzazione di un piano terapeutico. Subito dopo
viene il monitoraggio dei pazienti durante e dopo il
trattamento per prevenire e naturalmente affrontare il
comportamento recidivante che costituisce un evento non
certo auspicabile, ma purtroppo frequente.
La recidiva diviene in questa nuova
ottica un episodio prevedibile, "atteso", che deve
pertanto trovare l'operatore e il paziente pronti ad
affrontarla con tutte le risorse disponibili, facendo sì
che lo "stato funzionale", precedentemente raggiunto,
non venga mai compromesso. La ricaduta, quindi, non
dovrà mai essere interpretata come segno terminale di
irrecuperabilità, come oggi purtroppo avviene, né
tantomeno il paziente dovrà essere penalizzato o
l'operatore portato alla rinuncia terapeutica.
Gli operatori, dal
canto loro, devono acquisire una visione globale dei
vari tipi di trattamenti. Essi ne dovranno conoscere i
tempi, le indicazioni elettive, le controindicazioni,
nonché le possibilità di cross over tra uno e l'altro.
Questo al fine di ottenere sempre il massimo risultato
terapeutico per quel determinato paziente in quel
determinato momento.
Un serio tentativo di dare una risposta,
il più possibile globale, ad un problema come
l'eroinismo esclude, o perlomeno porta ad una seria
revisione di quei metodi chiusi in se stessi, basati
sulla segregazione e la colpevolizzazione del paziente,
che pretendono di rappresentare una risposta esclusiva
alla tossicodipendenza; spesso, infatti, questi metodi
finiscono col criminalizzare il tossicodipendente, o
quantomeno, col demonizzare tutti gli altri tipi di
approccio. Tali metodi hanno come difetto una grande
selettività, che li rende in grado di recare beneficio
solo ad una esigua parte degli eroinomani. A volte però
purtroppo, determinano anche una grave disorganizzazione
cognitiva del paziente riguardo al proprio stato
psicofisico; rinforzano l'idea errata di colpevolezza
nei confronti della propria malattia considerata non più
come tale, ma come una sorta di vizio acquisito per
mezzo di un comportamento deviante. Il paziente, cosi'
indirizzato, si trova ad essere completamente disarmato
nei confronti delle quanto mai probabili recidive,
interpretandole come segni espliciti di
irrecuperabilità.
Se a ciò si aggiunge un errato
orientamento della famiglia dell'eroinomane, spesso
consigliata a tagliare i ponti con il proprio congiunto
che mancherebbe di "volontà e di motivazioni", ben si
comprendono i frutti di tali logiche settarie e
riduttive. La costituzione di metodi aperti comunicanti
tra di loro, dovrebbe invece portare alla formazione di
operatori con una visione più ampia del problema
dell'eroinismo. E’ necessario fare si' che operatori
capaci costituiscano il centro di un circolo virtuoso
tale da mantenere a lungo il contatto terapeutico col
paziente, liberandolo definitivamente dalla schiavitù
"della strada".
Occorre, quindi, individuare dei livelli
di approccio nei quali inserire i vari tipi di
trattamento. Per esempio, non possono essere approvati
quegli operatori che, ponendo la prevenzione quale unico
ed esauriente baluardo contro l'eroinismo, sostengono il
primato di metodi basati esclusivamente sulla
rieducazione del paziente e cercano di applicarli magari
a tossicodipendenti in grave stato di appetizione per
l'eroina, che sicuramente hanno altre e ben più urgenti
esigenze al momento del primo contatto con l'operatore.
All'opposto, altri operatori, sostenendo
quale soluzione globale la liberalizzazione delle
sostanze stupefacenti, perdono di vista la problematica
ben più complessa della cura e della riabilitazione dei
pazienti in trattamento. Un corretto intervento
terapeutico deve essere collocato al giusto livello e
deve portare sempre e comunque dei vantaggi al paziente
proprio in base alle diverse indicazioni e specificità.